TERRITORIO


Valle dell’Adige “Il ponte fra la cultura nordica e quella latina”

Tra le ricchezze artistiche di Trento, città capoluogo di provincia e centro principale della Valle dell’Adige, oltre al duomo, alle case rinascimentali affrescate, alle mura merlate che, oggi come un tempo, abbracciano il centro storico, va senza dubbio ricordata una particolare opera pittorica: il Ciclo dei Mesi di Torre Aquila (presso il Castello del Buonconsiglio).
Probabilmente una delle più note raffigurazioni del Ciclo dei Mesi è quella del mese di ottobre, dedicata alla vendemmia e alle attività ad essa collegate. Sullo sfondo di un vigneto, figure maschili e femminili sono osservate nel momento della raccolta e delle differenti fasi della lavorazione dell’uva. Con movenze eleganti quasi che la fatica fosse una danza, questo gruppo di antichi contadini è descritto impegnato nelle attività di vendemmia, mostatura (con la frantumazione dei grappoli nel tino e nella bigoncia, il tipico recipiente di legno adatto ad essere trasportato in spalla grazie alle cinghie di sostegno), assaggio del mosto, torchiatura e trasporto dell’uva. Esemplare, per la precisione pittorica con la quale è raffigurato, è il torchio, che spesso, come quello descritto, era protetto dagli agenti atmosferici da una funzionale copertura di paglia.
Questo elegante e particolarissimo omaggio dell’arte è, da solo, in grado di far capire l’importanza rivestita dalla viticoltura in Valle dell’Adige.
Pur se antropizzata e, soprattutto lungo l’asta del fiume Adige, sede di numerose attività industriali, nella sua essenza più profonda e nella sua vocazione vinicola la valle è rimasta simile a quella descritta sette secoli fa. I numerosi vigneti (tra i quali quelli coltivati a Nosiola, Pinot bianco, Chardonnay, Cabernet) danno vita ad un tipico paesaggio agricolo che è possibile apprezzare
appieno nel percorso che, partendo a nord di Trento, si apre verso la Piana Rotaliana, zona enologica tra le più rinomate della regione.
A saperne cogliere e interpretare i segni, la storia della Valle dell’Adige racconta che in passato l’economia del luogo non è stata legata unicamente alla viticoltura. L’essere posta a raccordo di quattro distinte unità paesaggistiche (la Piana Rotaliana a nord, la Valle di Cembra a est, la Valle dei Laghi a ovest, la città di Trento e il circondario) hanno reso la Valle dell’Adige un importante luogo di incontro e scambio tra nord e sud, ancora più strategico dal momento che il territorio era attraversato da un’antica strada romana, la Claudia Augusta Altinate. Il suo percorso attraverso Veneto, Trentino Alto Adige, Tirolo e Baviera, è stato per secoli l’asse portante di comunicazioni e commerci. Con numerose testimonianze che richiamano il passato, l’antico tracciato viario è a tratti ancora percorribile. Come nella zona di Meano, all’innesto tra la Valle dell’Adige e la Valle di Cembra, dove la Claudia Augusta Altinate attraversa alcuni vigneti le cui uve sono vinificate dalle Cantine Monfort dando vita ad un singolare connubio tra attività produttive ed economiche di ieri e di oggi.
Nella direzione della ripresa di antiche consuetudini, può talvolta accadere di assistere a fasi della vinificazione effettuate seguendo metodologie oggi abbandonate a favore di procedure maggiormente meccanizzate. Queste passate lavorazioni mantengono intatto il sapore di abilità e conoscenze importanti per la crescita e lo sviluppo della viticoltura trentina, attualmente all’avanguardia in ambito nazionale e internazionale.
È il caso della spremitura dell’uva effettuata mediante l’uso di un torchio di legno. Un sistema che alcuni conferenti delle Cantine Monfort adottano per onorare le tradizioni e per produrre piccoli quantitativi di vino per proprio consumo. Un salto indietro nel tempo che riporta al periodo nel quale possedere un torchio era sinonimo se non di ricchezza perlomeno di agio: non così rara, infatti, era l’esistenza di torchi comuni o di torchi “a decima”, dati cioè in uso ai contadini in cambio della cessione di un certo quantitativo di uva.
È interessante, e merita di essere ricordata, la storia del torchio. Dal latino “torcolum” (torcere) il torchio trova origine in un’epoca assai lontana. Se in Egitto e nell’Antico Oriente per spremere l’uva erano usati recipienti in pietra, a Roma il poeta Marco Porcio Catone testimonia l’uso di torchi di legno. Ricavati da tronchi, essi anticipano il pigiatoio a vite con braccio e pietra di pressione e il più tardo torchio a doppia vite, adottato poi per due millenni. Solo a fine Ottocento i pigiatoi a leva e le presse idrauliche andranno a sostituire i tradizionali torchi di legno in un cammino di ricerca tecnologica, professionalità e passione che vede indiscussi protagonisti il vino e la sua qualità.

Valle di Cembra Ripidissimi vigneti che ricamano le montagne

Numerose sono le ipotesi con le quali gli studiosi hanno cercato di chiarire l’origine del nome di una delle valli più caratteristiche del Trentino: la Valle di Cembra. Sia che esso derivi dalla presenza di boschi di pini cembri o dalla trascorsa residenza di popolazioni di cimbri, è fatto innegabile che la storia della valle affonda lontana nel tempo.
Un passato tanto ricco è vivo nei numerosi ritrovamenti archeologici appartenenti al periodo neolitico, eneolitico e soprattutto alla tarda età del bronzo, del ferro e del periodo romano.
Ma non solo la storia è generosa di testimonianze. Anche il paesaggio della Valle di Cembra mostra aspetti unici grazie ai ripidissimi vigneti che scendono quasi fino al letto del torrente Avisio interrotti, talvolta, solo dalla presenza di boschi.

Oggi, come si apprezza nelle visioni panoramiche, l’aspetto di questa valle ripida e scoscesa è fortemente caratterizzato dalla viticoltura. Con un tripudio di colori che poco ha da invidiare all’arte, il paesaggio appare sempre vestito a festa. I verdi dell’estate anticipano la mutevole tavolozza dell’autunno, i gialli accesi e i bruni illuminano le colline con sorprendenti accostamenti, la nevosa quiete invernale dona ai vigneti un’inusuale e rarefatta atmosfera. Un’azione, quella della natura, che non va disgiunta da quella dell’uomo: in simbiosi, natura e uomo hanno cesellato il paesaggio valorizzando gli spazi dedicati alla viticoltura.
È infatti impossibile, osservando i vigneti, non trovarvi le tracce della creatività e della tenacia di generazioni di contadini che, per secoli, guardando all’utilizzo razionale delle risorse, hanno strappato alla natura i terreni coltivabili trasformando, fin quasi al greto del torrente Avisio, gli erti profili del versante destro della valle in miriadi di appezzamenti.

I piccoli e preziosi campi, percorsi da strette e ripide strade, sono divisi da muri a secco costruiti con sassi di differenti dimensioni incastrati e posizionati l’uno sopra l’altro senza l’ausilio di malta. Vecchi di decenni e talvolta di secoli, i muretti impreziosiscono il panorama di inediti merletti. Ancora oggi essi sono periodicamente rinforzati con pietre trasportate a mano con abilità ed esperienza destinate purtroppo ad andare dimenticate. Realizzati con gli scarti del porfido proveniente dalle numerose cave presenti sul versante sinistro della Valle di Cembra, i muretti della valle sono un omaggio discreto a quello che è conosciuto come l’“oro rosso” del Trentino. Prodotto di origine vulcanica originato 270-280 milioni di anni fa dal deposito di nubi ardenti eruttate da una grande fessura nel terreno, il porfido è ampiamente utilizzato come materiale da rivestimento e pavimentazione.

Pur essendovi analogie nel modo con il quale la viticoltura è praticata in Valle di Cembra e in altre zone del Trentino, è impossibile portare osservazioni e ragionamenti validi per tutto il territorio. La viticoltura in Valle di Cembra, infatti, è chiamata dei “muretti”, “eroica” o “verticale” proprio perché gli appezzamenti coltivati sono posizionati su pendii impraticabili ad altre colture.
Tutte le attività legate alla viticoltura si svolgono in maniera peculiare. L’impossibilità di impiegare mezzi meccanici impone un grandissimo impiego della manualità anche nella fase della vendemmia. Prima di essere versati negli appositi cassoni per essere poi condotti in cantina dove avverranno i processi di vinificazione, i grappoli, depositati nelle bigonce, sono infatti portati sulle spalle da contadini che per risalire i ripidi vigneti devono mettere alla prova tutte le loro doti di forza e di equilibrio.
Pur considerando variazioni legate all’andamento climatico stagionale e alle caratteristiche intrinseche delle uve stesse, la vendemmia si svolge nei mesi di settembre e ottobre. Come un tempo, anche oggi la vendemmia è un importante momento di socializzazione. Interi gruppi familiari e manodopera assunta per l’occasione lavorano insieme in un clima di cordiale affiatamento.

Grazie alle loro caratteristiche, le uve prodotte in Valle di Cembra danno vita a vini apprezzati da esperti ed intenditori. Particolarmente ricercati a tavola, questi vini consentono memorabili abbinamenti a piatti, sia semplici che elaborati, della cucina locale ed internazionale. Ancora una volta tanta qualità va cercata nelle caratteristiche dei vigneti. I grappoli, infatti, come conseguenza diretta della notevole escursione termica tra giorno e notte, sono ricchi di zuccheri e profumi, le radici cercano l’acqua nella profondità del terreno.
Infine, con attenzione e amore, già durante la raccolta i contadini selezionano i grappoli maturi scartando i chicchi acerbi o danneggiati, le foglie e i piccoli rami in maniera che al processo di vinificazione sono avviati solo i frutti migliori.

Valsugana Sbocco naturale della regione trentina verso il mare veneto e la pianura

La Valsugana ha sempre rivestito un ruolo determinante nella geografia dei traffici di tipo turistico e commerciale.

Interessata al passaggio della Claudia Augusta Altinate (la strada romana il cui tracciato attraversa Trentino Alto Adige, Tirolo e Baviera), la Valsugana è bagnata per tutta la sua lunghezza dal fiume Brenta. In Valsugana è fiorente l’attività della viticoltura che pare sia stata introdotta dai romani. Numerose, in questo senso, sono le testimonianze che attestano la vocazione vinicola della zona. Tra esse il documento più antico finora ritrovato risale al 1220 e descrive l’obbligo degli abitanti di Portolo, Prato, Riveda e Zivignago di consegnare precisi quantitativi di vino ai Canonici della Cattedrale di Trento.

Ancora oggi, così come altrove, durante il ciclo produttivo di vigneti, alberi da frutto e altre coltivazioni i campi della Valsugana sono popolati dalle simpatiche e curiose presenze degli spaventapasseri. Manichini dalle sembianze umane abbigliati con vestiti fantasiosi e colorati, insieme ai nastri sventolanti e ai sistemi moderni come gli impianti automatici di sparo a salve, gli spaventapasseri discendono dall’antica tradizione dei “saltari”, cioè delle guardie agricole. Assunti un tempo per San Giacomo (25 luglio) o San Lorenzo (10 agosto), i “saltari” rimanevano nei campi fino al termine della vendemmia proibendo l’accesso a ladri ed estranei ed alloggiando in capanne di paglia.

Significative e importanti sono le iniziative che, da alcuni anni, hanno portato la Valsugana all’avanguardia del settore agricolo.
Tra esse va ricordata la reintroduzione nella viticoltura produttiva della coltivazione di vitigni antichi. Una scelta importante, che rispetta e riprende le tradizioni colturali di un territorio che, fino all’Ottocento, vedeva crescere per la quasi totalità varietà native. Solo in epoca successiva, infatti, queste furono in gran parte sostituite da vitigni francesi della Borgogna e dal bordolese giudicati di qualità superiore.
Oltre lo scorrere del tempo e delle mode oggi è rimasta intatta la passione di alcuni viticoltori attenti che hanno mantenuto nei loro vigneti varietà del passato. Proprio queste coltivazioni, accanto ad altre appositamente create, stanno ora riprendendo forza e vigore anche grazie alla volontà di aziende come le Cantine Monfort che vanno nella direzione della riscoperta e riproposta di vini pregiati per intenditori.

Piana Rotaliana Il giardino con le viti più bello d'Europa

I numerosi vigneti danno vita ad un tipico paesaggio agricolo che è possibile apprezzare appieno nel percorso che, partendo a nord di Trento, si apre verso la Piana Rotaliana, zona enologica tra le più rinomate della regione.

La particolare composizione del terreno originato dai detriti alluvionali del fiume Noce e l’altrettanto particolare clima estivo determinato dalla presenza di pareti di roccia che riflettono i raggi del sole, permettono in Piana Rotaliana la produzione di un vino assoluamente speciale: il Teroldego.

Coltivato nei suggestivi vigneti pianeggianti abbracciati dalle montagne, il Teroldego deve il suo nome a un toponimo (la località Teroldeghe nel comune di Mezzolombardo). Considerato il principe dei vini trentini e forse imparentato, per le sue caratteristiche biochimiche, con il Marzemino, il Teroldego vanta un’origine quasi leggendaria. Sia che derivi dal sangue di drago o, piuttosto, sia giunto dall’Asia, il Teroldego ha comunque trovato nella Piana Rotaliana le condizioni ideali per esprimere al meglio, e in maniera unica, tutte quelle caratteristiche che lo rendono perfetto e inimitabile.

Vallagarina Terra di cultura, di artisti e di vigneti

La Vallagarina si allunga per una sessantina di chilometri tra l’abitato di Mattarello, alla periferia meridionale di Trento, e il territorio della provincia di Verona, con il quale confina a sud.

Con un clima in parte mitigato dalla vicinanza al Lago di Garda, la Vallagarina si caratterizza per la grande varietà paesaggistica. Sul suo territorio, infatti, sono presenti le montagne dei Lessini e l’Altopiano di Brentonico, il fondovalle pianeggiante e i declivi di colline vitate, i terrazzamenti della Valle di Gresta, noti in Italia e all’estero per le coltivazioni biologiche di patate, carote e cappucci.

Antica è la vocazione agricola della zona. A dare ascolto alla tradizione, fu Ercole stesso che, quando stanziò nelle terre padane i coloni greci Graii, mise a dimora le prime talee su una terra che deve il suo nome al toponimo di origine germanica “Làgare”, dal tedesco “Lager”, campo.

Nella piana del fondovalle o in collina, attorno ai paesi e ai caratteristici piccoli borghi che comprendono nel loro abbraccio, i vigneti sono presenti ovunque e si sviluppano rigogliosi grazie ad un terreno ricco di basalto che esalta appieno le caratteristiche delle qualità qui più diffuse: schiava, cabernet e marzemino. Proprio il marzemino che, proveniente dalla Corinzia, ha trovato in Vallagarina la sua terra di elezione, è la varietà che maggiormente identifica i vigneti della zona. Vigneti che sono un tutt’uno con l’ambiente e che hanno ispirato poeti, musicisti, intellettuali e letterati che, al paesaggio oltre che alla bevanda cara al dio Bacco, hanno dedicato pagine particolarmente suggestive.

Tra le numerose testimonianze del Settecento vanno ricordate quella dell’intellettuale trentino Clementino Vannetti che, in versi, ha celebrato le uve dalle quali si ottenevano i “liquori che … formano il condimento de’ più lauti banchetti”, l’affettuosa descrizione che lo scrittore e poeta tedesco Johann Wolfgang Goethe ha dedicato al territorio: “Al piede del monte le colline sono coltivate a viti. Tra i filari lunghi e bassi sono piantati dei pali e le uve brune pendono graziosamente dell’alto, maturando al calore del terreno sottostante”, le armonie musicali di Wolfgang Amadeus Mozart (molto amato in Vallagarina dove, appena tredicenne, tenne il suo primo concerto italiano) che con i versi “Versa il vino, eccellente Marzemino”, ha reso immortale il nome del vino locale nel secondo atto della sua opera Don Giovanni. Nel Novecento anche il pittore futurista Fortunato Depero, che con i colori fantasiosi della sua tavolozza tante volte ha raffigurato l’uva, ha dedicato un omaggio in prosa al vino: “Io voglio del vino asciutto. Rosso chiaro, con trasparenza di rubino. Accostando il bicchiere alle labbra un tepore profumato mi deve leggermente inebriare. Al palato deve apparire quieto, scorrevole e dissetante. Nella gola deve scivolare come una cascatella cristallina di pace raccolta e di poesia silenziosa…”.



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